Come posizionare i portafogli in vista del nuovo ordine mondiale, a cura di Capital Group
Capital Group passa in rassegna i cambiamenti dell’ordine globale e le loro conseguenze su economia, mercati e investimenti
09/09/2026
Redazione MondoInstitutional
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La rivalità strategica è tornata al centro della scena, così come il perseguimento dell'interesse nazionale, mentre le istituzioni create per governare un mondo più cooperativo mostrano evidenti segnali di affaticamento. Nulla di tutto ciò è improvviso. Le pressioni si accumulano dalla crisi finanziaria globale (GFC), ma il loro impatto sui mercati sta diventando sempre più difficile da ignorare. Per gli investitori, il risultato è un mondo più frammentato e guidato dalle politiche pubbliche, in cui gli esiti sono più disomogenei e meno prevedibili e nel quale la resilienza assume un'importanza maggiore che in passato.

Una transizione strutturale, non una singola rottura
Gli ordini mondiali tendono a seguire uno schema ricorrente: stabilità, graduale indebolimento, crisi e rinnovamento. Anche il sistema emerso dopo la Guerra Fredda ha seguito questo percorso, non attraverso una frattura improvvisa e decisiva, bensì mediante una trasformazione strutturale alimentata da una serie di shock. L'ingresso della Cina nell'Organizzazione Mondiale del Commercio ( WTO) nel 2001 ha accelerato un processo di integrazione globale che ha prodotto benefici significativi, ma che ha anche allungato le catene di approvvigionamento, favorito la delocalizzazione di posti di lavoro e spinto i governi a interrogarsi sulla propria dipendenza da fornitori esteri per beni e tecnologie strategiche. Gli eventi successivi, dall'ascesa delle minacce non statali fino alle azioni della Russia in Ucraina, hanno ulteriormente eroso la fiducia nell'ordine liberale e ridotto la capacità di istituzioni come le Nazioni Unite (ONU) e la WTO di coordinare una risposta efficace quando emergono crisi internazionali.

A che punto siamo
L'attuale fase di transizione si manifesta principalmente in tre direzioni:
1) Le istituzioni create per gestire le sfide transfrontaliere stanno perdendo efficacia, poiché i Governi attribuiscono crescente priorità all'occupazione, alla sicurezza e alla resilienza interna, privilegiando sempre più accordi tra gruppi ristretti di Paesi rispetto a un consenso su scala globale;
2) La competizione si sta spostando sul piano economico, con dazi, sanzioni, controlli sulle esportazioni e restrizioni agli investimenti utilizzati come strumenti per orientare gli equilibri strategici. Il vero vantaggio competitivo risiede sempre più nel controllo delle reti attraverso cui circolano merci, capitali e tecnologie;
3) Il potere si sta distribuendo tra molteplici poli regionali, piuttosto che convergere verso un nuovo centro dominante. Sempre più Paesi stanno diversificando le proprie catene di approvvigionamento, i sistemi di pagamento e le rotte commerciali per ridurre la dipendenza da un unico sistema.

Come si stanno riposizionando le principali potenze
I Paesi stanno reagendo a questa trasformazione di fondo in modi differenti. Stati Uniti e Cina rimangono al centro dei mercati globali, con politiche economiche, catene di approvvigionamento e competizione tecnologica che continuano a determinare gli equilibri internazionali. La Russia e gli Stati del Golfo tendono invece a trasmettere gli shock attraverso i mercati dell'energia, delle materie prime e delle tensioni geopolitiche. L'Unione europea, il Giappone e l'India risultano maggiormente influenzati dalle politiche interne, dalle riforme strutturali e dalle dinamiche di crescita regionale.
Per gli investitori è più utile comprendere quali siano gli obiettivi perseguiti da ciascun attore, gli strumenti utilizzati per raggiungerli e i principali punti di vulnerabilità, piuttosto che limitarsi a osservare le singole iniziative adottate.

Cosa significa per gli investitori
Emergono tre implicazioni principali:
1) Il rischio geopolitico non rappresenta più un fenomeno episodico. La variabile chiave è diventata la sua durata. Storicamente i mercati si sono dimostrati più efficaci nel prezzare lo shock iniziale che nel valutare la persistenza delle tensioni;
2) Il rischio si concentra sempre più nei colli di bottiglia anziché nella sola disponibilità dell'offerta. Gli investitori devono quindi guardare oltre il tradizionale equilibrio tra domanda e offerta per comprendere il grado di dipendenza da rotte strategiche, nodi logistici, fornitori critici e fonti di finanziamento;
3) La crescente divergenza delle politiche economiche sta ampliando la dispersione dei rendimenti. La selezione di Paesi e settori diventa quindi sempre più importante, poiché le imprese allineate alle priorità strategiche nazionali tendono a beneficiare di questo contesto, mentre quelle che dipendono da catene di approvvigionamento globali orientate esclusivamente alla minimizzazione dei costi potrebbero incontrare maggiori difficoltà.

A cura di Andy Budden, Investment Director di Capital Group

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