Implicazioni per gli investimenti riguardo all’Iran e a "Epic Fury", a cura di Franklin Templeton
Nel breve periodo, la preferenza di Franklin Templeton è per asset che si muovono con un beta elevato rispetto ai prezzi dell’energia, con cautela sui mercati emergenti dipendenti dalle importazioni energetiche
03/03/2026
Redazione MondoInstitutional
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Nel corso della notte tra il 27 e il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi aerei coordinati all’interno dell’Iran nell’ambito dell’operazione "Epic Fury". La comunicazione del Presidente Trump, esplicitamente orientata al cambio di regime, aumenta la probabilità che l’operazione evolva in una campagna prolungata anziché restare un confronto circoscritto. Per i mercati, l’elemento decisivo sarà capire se l’escalation rimarrà confinata al piano militare o se si estenderà alle infrastrutture energetiche e logistiche, innescando un premio al rischio più elevato e duraturo.
L’assenza di consenso su un’ipotetico "Iran post Repubblica Islamica" rappresenta una vera complicazione: anche se la pressione sul regime dovesse aumentare, non esiste una coalizione successoria chiara e ampiamente legittimata, il che accresce la probabilità di frammentazione e vuoti di potere (lo scenario temuto dai player regionali, in stile Iraq). L’impulso immediato è un aumento dei prezzi del greggio e del gas naturale, senza ignorare il gas naturale liquefatto (GNL). Il Qatar ha la terza maggiore capacità di esportazione di GNL al mondo, e circa il 20% del commercio globale di GNL transita attraverso lo Stretto di Hormuz (principalmente volumi qatarioti), il che rende il rischio di navigazione un tema di mercato sia per il gas che per il petrolio.
Lo Stretto di Hormuz è il “circuit breaker” macro: la chiusura totale di Hormuz sarebbe esistenzialmente rischiosa per Teheran, ma l’Iran può comunque ricorrere ad attacchi, sequestri, droni, pressioni cyber o dirette che mantengono elevato il premio al rischio. Nel 2024, i flussi attraverso Hormuz sono stati in media di circa 20 milioni di barili/giorno (circa il 20% del consumo globale di liquidi petroliferi): dunque anche una perturbazione parziale (transiti più lenti, deviazioni, sequestri) aumenta i prezzi tramite il premio al rischio molto prima che emergano carenze reali (Fonte: US Energy Information Administration). 
I costi di spedizione si stanno già muovendo, gli assicuratori ne sono l’acceleratore: le Compagnie assicurative stanno emettendo avvisi di cancellazione e stanno riprezzando la copertura di rischio guerra nel Golfo; gli aumenti riportati arrivano fino a circa il 50% per alcuni viaggi, e in precedenti fasi di escalation si sono visti balzi oltre il 60% su rotte chiave. Questo è il modo in cui l’“offerta effettiva” si restringe anche senza che i pozzi vengano chiusi. Aumenta il rischio di estensione regionale: i contrattacchi dell’Iran in tutta la regione (inclusi gli avamposti militari nel Golfo) aumentano la probabilità che i vicini arabi vengano trascinati nel conflitto, ampliando involontariamente il teatro e rendendo più difficile la de-escalation.
Cross asset: prima il premio al rischio, poi i fondamentali: la reazione di mercato iniziale a questo tipo di evento vede tipicamente un calo dei rendimenti dei Treasury e un calo delle azioni, principalmente una riprezzatura del premio al rischio. Gli impatti su attività/earnings possono manifestarsi più tardi e in modo irregolare. La reazione del dollaro Usa non è garantita; l’oro tende a trarne beneficio, mentre il bitcoin si è comportato come un asset rischioso (cioè in ribasso con le azioni), confermando che non è generalmente un hedge o diversificatore affidabile nei ribassi geopolitici.
Spesso i mercati "imparano" che si tratta di un fenomeno di breve periodo (ma non è ancora il momento di “buy the dip”): storicamente, gli shock geopolitici producono un aumento iniziale dei premi al rischio prima che gli investitori concludano che l’impatto sugli utili aggregati è modesto. Non consideriamo ancora questa una chiara opportunità di “buy the dip”: durata, meccanismi di spedizione/assicurazione e endgame contano più dei titoli sulle prime pagine dei giornali.
Il ruolo della Cina, e perché questo non cambia il calcolo su Taiwan: la Cina è centrale nella storia iraniana (flussi petroliferi, applicazione delle sanzioni, geopolitica del cambio di regime e dei prezzi energetici), ma è improbabile che il suo processo decisionale su Taiwan cambi solo perché gli Stati Uniti sono impegnati altrove. Il calcolo cinese su Taiwan dipende dal proprio quadro strategico interno, non dall’opportunismo su un singolo conflitto esterno.
Impatto sugli investimenti: nel breve periodo, abbiamo una preferenza per asset che si muovono con un beta elevato rispetto ai prezzi dell’energia, beneficiari nel settore shipping/assicurativo (noli, servizi di trasporto + riprezzatura del rischio guerra) e difesa. Restiamo invece cauti su esposizione ai mercati emergenti dipendenti dalle importazioni energetiche e ciclici sensibili a carburante/logistica (compagnie aeree, alcuni industriali). Per la protezione, preferiamo esposizione al potenziale rialzo del prezzo del petrolio/strategie basate su opzioni progettate per trarre beneficio dall’aumento della volatilità del petrolio e esposizione selettiva all’oro rispetto a shorts azionari ampi: il percorso sarà guidato più dalla realtà della logistica/assicurazione che dal ciclo economico.

A cura di Stephen Dover, Chief Investment Strategist e Head of Franklin Templeton Institute, Lawrence Hatheway, Global Investment Strategist di Franklin Templeton Institute, Mohieddine Kronfol, CIO di Global Sukuk and MENA Fixed Income, e Bassel Khatoun, Head of Research di Templeton Global Investment

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