Investitori istituzionali italiani più attenti alla sostenibilità
I risultati delle indagini su operatori previdenziali e Fondazioni di origine bancaria presentate durante la Settimana SRI
25/11/2021
Redazione MondoInstitutional
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Sempre più attenzione alla sostenibilità da parte degli investitori istituzionali. E' quanto emerge da due indagini presentate nel corso dell'ultima edizione della Settimana SRI organizzata dal Forum per la Finanza Sostenibile e che si è svolta nei giorni scorsi.
Entrando nei dettagli, gli operatori previdenziali si mostrano sempre più propensi a integrare i criteri ESG nelle scelte di investimento. Tra gli 88 piani previdenziali che hanno partecipato allo studio sulle politiche SRI, realizzato dal Forum in collaborazione con Mefop e MondoInstitutional, e con il sostegno di AXA Investment Managers, DPAM, Pictet Asset Management, Vigeo Eiris, 55 effettuano investimenti sostenibili (contro i 53 del 2020). L’indagine ha coinvolto piani previdenziali appartenenti a diverse categorie: Casse di previdenza, Fondi pensione aperti, Fondi pensione negoziali, Fondi pensione preesistenti alla riforma del 1993, piani individuali pensionistici. Tra i soggetti intervistati che non hanno ancora integrato i criteri ESG nelle politiche di investimento (33 su 88), la maggior parte (29) ha già avviato valutazioni in merito. In 17 casi il processo decisionale potrebbe concludersi entro un anno.   
In particolare, dall'analisi risulta che il 62,5% (in termini assoluti 55 su 88) dei piani previdenziali integra i criteri ESG nelle scelte di investimento; il dato è in aumento rispetto alla precedente edizione della ricerca (in termini assoluti +2). I piani attivi in termini di SRI gestiscono circa 141.325 milioni di euro, corrispondenti al 68% del patrimonio complessivo dei rispondenti. Le categorie più attente agli aspetti di sostenibilità si confermano i Fondi pensione aperti e le Casse di previdenza. In quest’ultima categoria, gli enti che adottano strategie SRI sono passati da 0 nella prima edizione dello studio nel 2015 a 5 nel 2019, per arrivare a 11 nel 2021. Le principali motivazioni che spingono gli operatori previdenziali a integrare gli aspetti ESG nelle scelte di investimento riguardano la possibilità di gestire più efficacemente i rischi finanziari (soprattutto per Casse previdenziali e Fondi pensione preesistenti alla riforma del 1993) e di coniugare l’impatto socio ambientale con un congruo ritorno economico (in particolare per Casse e Piani individuali pensionistici); a seguire, mantiene un ruolo importante il dovere fiduciario nei confronti di aderenti e beneficiari.
Tra i 33 investitori che stanno valutando l'adozione di investimenti sostenibili, le principali criticità riguardano la mancanza di dati ESG affidabili e standardizzati e di certificazioni che tutelino contro il greenwashing. Le principali opportunità sono invece individuate nell’impulso proveniente dal contesto normativo di riferimento, nella possibilità di coniugare l’impatto socio ambientale con un congruo ritorno economico e nella mitigazione del rischio reputazionale.
Invece, 4 piani su 88 non integrano criteri ESG nelle decisioni di investimento, né hanno avviato valutazioni in merito. In 1 caso su 4 non è stato ancora affrontato il tema; altre motivazioni citate riguardano la volontà di non porre limiti alle decisioni di investimento o di seguire una linea ESG solo per alcuni prodotti all’interno del gruppo. Da rilevare come, anche per l’edizione 2021, nessun piano abbia motivato la mancata adozione di strategie SRI con la presunta rischiosità, complessità o scarsa redditività degli investimenti sostenibili (elementi che numerose ricerche accademiche e di mercato hanno dimostrato essere pregiudizi privi di fondamento).
Dall'altro lato, secondo la ricerca, più della metà dei piani attivi in termini di SRI (il 53%) estende gli investimenti sostenibili alla quasi totalità del patrimonio; si tratta soprattutto di piani individuali pensionistici, Fondi pensione preesistenti e Fondi pensione negoziali. Il dato, in continuo aumento, è passato da 25 piani nel 2020 a 29 nel 2021. Inoltre, tra i fondi che integrano criteri ESG, nel 42% dei casi vengono effettuati investimenti in prodotti specificatamente legati allo sviluppo delle fonti rinnovabili e alla transizione energetica. Si tratta soprattutto di Casse di previdenza. Relativamente al disinvestimento dalle fonti fossili, solo l’11% dei piani attivi in termini di SRI ha individuato uno specifico obiettivo quantitativo. Infine, con riferimento soprattutto al comparto azionario, aumenta l’interesse nei confronti della strategia dell’engagement e dell’azionariato attivo, con cui gli investitori attuano una partecipazione attiva nei confronti nelle imprese investite, probabilmente per effetto della Direttiva Shareholder Rights II.  
“Le scelte di investimento dei piani previdenziali sono determinanti per la crescita della finanza sostenibile in Italia. Con le sue attività di ricerca il Forum è al fianco degli operatori per promuovere con decisione il percorso di integrazione dei fattori ESG. In quest'ottica, rappresenta un elemento molto positivo la tendenza di molti piani coinvolti, che rispetto agli anni passati hanno modificato la loro posizione dichiarando un chiaro interesse verso gli investimenti sostenibili”, ha dichiarato Francesco Bicciato, Segretario Generale del Forum per la Finanza Sostenibile.
La seconda indagine presentata nel corso della Settiman SRI, ralizzata dal Forum in collaborazione con Acri e MondoInstitutional, ha avuto come protagoniste le Fondazioni di origine bancaria: tra quelle di dimensioni medio/grandi, due su tre scelgono gli investimenti sostenibili e di queste il 60% li aumenterà a seguito della pandemia.
"Le Fondazioni derivano gli utili necessari all’attività filantropica dalla gestione patrimoniale. Se i temi di sostenibilità sono per definizione presenti nelle attività istituzionali, solo di recente si sta diffondendo la consapevolezza dell’importanza di integrare questi aspetti anche nella gestione patrimoniale, in modo da assicurare un maggior allineamento tra le diverse funzioni", sottolinea una nota, che poi prosegue: "Lo studio mostra come la motivazione principale sia appunto la coerenza degli investimenti sostenibili con le finalità istituzionali delle Fondazioni, ossia con gli scopi di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico, in particolar modo nel contesto territoriale di riferimento. Tuttavia, l’adozione delle strategie SRI resta ancora limitata a una quota minoritaria del patrimonio in gestione".
Nello specifico, secondo la ricerca, realizzata con il sostegno di BlackRock, DPAM, Etica Sgr, Natixis Investment Managers e che ha coinvolto 33 Fondazioni pari all’83% dell’attivo totale (circa 37 miliardi di euro), mostra un aumento dell’interesse delle Fondazioni di origine bancaria nei confronti dell’SRI nel 2021: 20 su 33 (il 61%) dichiarano di effettuare investimenti sostenibili, con una crescita del 52% rispetto al 2020 e una concentrazione nelle aree Nord Ovest (7 enti) e Nord Est (7 enti). Tra le 20 Fondazioni attive in termini di SRI, la metà sono di grande dimensione (gestiscono complessivamente 27 miliardi di euro, cioè il 62% del totale attivo delle Fondazioni inserite nel campione) e 5 sono medio/grandi. Le motivazioni principali alla base della scelta di integrare i criteri ESG sono la coerenza degli investimenti sostenibili con le finalità istituzionali delle Fondazioni (15 su 20); a seguire, la possibilità di coniugare l’impatto socio ambientale con un congruo ritorno economico e di gestire più efficacemente i rischi finanziari (10 su 20).  
Sono invece 13 Fondazioni su 33 quelle che non applicano alcuna strategia di investimento sostenibile. Di queste, 8 hanno già avviato valutazioni in merito (4 sono grandi, con un patrimonio in gestione equivalente al 7% del totale attivo). In 3 casi su 8 il processo di valutazione potrebbe concludersi tra sei mesi e un anno. Per le Fondazioni che stanno valutando l’integrazione dei criteri ESG nella gestione patrimoniale, le principali criticità individuate riguardano la difficoltà di misurare gli impatti ambientali e sociali generati e la mancanza di dati di sostenibilità affidabili e standardizzati. Le opportunità, invece, sono ravvisate in elementi come: la coerenza degli investimenti sostenibili con le finalità istituzionali delle Fondazioni; la possibilità di coniugare l’impatto socio-ambientale con un congruo ritorno economico e l’impulso proveniente dal contesto normativo di riferimento. Tra le 5 Fondazioni che non adottano né stanno valutando l’adozione di strategie SRI, 3 hanno dichiarato di non aver ancora affrontato il tema. Nessun Ente ha motivato la mancata adozione di investimenti sostenibili con la loro presunta rischiosità, scarsa redditività o eccessiva onerosità (elementi che numerose ricerche accademiche e di mercato hanno dimostrato essere pregiudizi privi di fondamento).
Concentrandosi su chi adotta politiche ESG, come nella prima edizione dello studio, anche quest’anno gli investimenti sostenibili risultano circoscritti a una quota minoritaria del patrimonio in gestione: sulle 20 Fondazioni attive in termini di SRI, 14 applicano tale approccio a una percentuale compresa tra lo 0 e il 25%. Rispetto alla precedente edizione, il numero di Enti che estende gli investimenti sostenibili a una quota del patrimonio compresa tra il 50 e il 75% passa da 2 a 3. In merito alle strategie SRI adottate, invece, quelle che riscuotono più successo tra le Fondazioni di origine bancaria sono esclusioni (14 su 20, in particolare con riferimento a produzione e commercio delle mine anti persona e pornografia) e impact investing (12 su 20, soprattutto nel settore dell’housing sociale in cui sono attive 10 Fondazioni su 12). Continua a risultare poco diffusa, invece, la strategia dell’engagement, con la quale gli investitori attuano una partecipazione attiva nei confronti nelle imprese investite.  
Infine, il 60% (12 su 20) degli Enti attivi in termini di SRI ha in programma di aumentare la quota di patrimonio destinata agli investimenti ESG a seguito dell’emergenza sanitaria, in quanto quest’ultima ha reso manifesta la rilevanza finanziaria dei rischi di sostenibilità. Tra le conseguenze socio economiche della pandemia di Covid19 vi è l’aumento delle disuguaglianze a livello sia globale, sia nazionale: una loro riduzione è cruciale in termini di stabilità finanziaria e ripresa economica. Dalla ricerca è emerso che il tema delle disuguaglianze, pur essendo centrale nell’attività istituzionale delle Fondazioni, è integrato nelle gestioni patrimoniali in misura limitata. Oltre la metà delle rispondenti ha però avviato valutazioni in merito.
“L’impegno per uno sviluppo sostenibile e inclusivo dei territori fa parte del DNA delle Fondazioni di origine bancaria: in quest’ottica, la finanza sostenibile rappresenta uno strumento fondamentale per allineare ai principi dello sviluppo sostenibile le strategie di investimento e le finalità istituzionali con l'obiettivo di generare un impatto positivo sui territori. Le Fondazioni hanno già dato un contributo rilevante nel corso della pandemia e rappresentano un attore fondamentale per il rilancio del Paese anche attraverso partenariati con le Istituzioni centrali e le autorità locali”, ha sottolineato Bicciato.

I documenti sono disponibili cliccando su:
Le politiche di investimento sostenibile e responsabile degli investitori previdenziali
Le politiche di investimento sostenibile e responsabile delle Fondazioni di origine bancaria

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