50 sfumature di verde, a cura di Aviva Investors
Visto che il chiasso e l’interesse negli investimenti ESG stanno raggiungendo livelli che sarebbero stati impensabili pochi anni fa, gran parte dell’analisi che li riguarda si sta polarizzando. Secondo Mark Versey, è necessario instaurare un dibattito e un dialogo più articolati
09/11/2021
Redazione MondoInstitutional
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Che cosa non è bianco e nero ma è tutto grigio? Risposta: gli investimenti ESG. Questo potrebbe sembrare strano detto da un sostenitore degli investimenti responsabili. Sicuramente dovrei decantare le immense virtù della disciplina, soprattutto sulla scia delle recenti, importanti critiche che le sono state rivolte, giusto? Ma sarebbe un’ipocrisia. Vi spiego perché.
Una delle ragioni per cui la brutale, ma a mio avviso troppo semplicistica, critica di Tariq Fancy(1) agli investimenti responsabili ha dominato tanto la scena è il fatto che alcuni degli elementi della sua argomentazione sono veri. L’altra ragione, più inquietante, è che abbiamo completamente perso il nostro senso collettivo di “sfumatura”. Di contro, sembriamo anelare a risposte basilari per problemi complessi: l’ESG è positivo o negativo e lo stesso vale per la finanza. Tale mancanza di articolazione nel ragionamento comporta serie implicazioni.
Diversi esempi mettono in evidenza le contraddizioni e le incongruenze difficili da ricomporre sotto la semplice lente “non sfumata” dell’ESG.

E vs S: cosa succede quando entrano in collisione
Andiamo a vedere la recente, solida performance degli investimenti ESG. Innanzitutto, se da un lato è vero che molte strategie di investimento responsabile hanno sovraperformato i relativi benchmark nel complesso, dall’altro questo si limita in gran parte ai titoli orientati al settore ambientale e delle energie rinnovabili. Laddove questa situazione ha interessato portafogli più ampi, si tende a riscontrare la presenza di consistenti ponderazioni verso le società tecnologiche.
È qui che i fattori ambientali iniziano a scontrarsi con quelli sociali, che sono notoriamente difficili da definire e misurare. Ad esempio, le società tecnologiche pagano poche tasse, in particolare nelle giurisdizioni in cui le loro attività hanno un grande impatto. Come ha sottolineato un recente articolo del Financial Times, un maggiore contributo alle casse statali potrebbe essere utilizzato per finanziare aree socialmente utili come l’istruzione, la sanità, l’assistenza sociale e altri beni pubblici critici(2). Anche le Big Tech sono state oggetto di pesanti critiche per il loro ruolo nella destabilizzazione della democrazia, nell’amplificazione dell’incitazione all’odio, il cosiddetto “hate speech”, e nell’esacerbazione dei problemi di salute mentale.
Ovviamente, si può anche sostenere il contrario: si pensi alla primavera araba e all’aumento della connettività e della connessione sociale a livello globale. Come dicevo prima, non tutto è sempre bianco e nero.
Per illustrare meglio il punto, la World Benchmarking Alliance ha recentemente pubblicato un aggiornamento sulla performance del proprio benchmark per il settore automobilistico, che tiene traccia dei progressi di 30 delle più grandi società del settore in merito al raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Quando lo ha confrontato con il Corporate Human Rights Benchmark, il raffronto ha mostrato che “non è stato trovato quasi nessun collegamento tra la performance relativa di una società su entrambi i benchmark, suggerendo un’allarmante disconnessione tra le azioni sulle questioni legate al clima e ai diritti umani”(3).
Non c'è da stupirsi che venga fatta confusione tra benchmark e rating: a seconda delle ponderazioni relative applicate dai fornitori a determinati fattori, i risultati saranno diversi. Un recente confronto tra i dati ESG di MSCI e ISS relativi ai punteggi sulle controversie delle società ha rilevato una sovrapposizione solo per 11 società.
Gli autori di un documento intitolato Aggregate Confusion: The Divergence of ESG Ratings(4) (Confusione aggregata: la divergenza dei rating ESG) sostiene che per contribuire a correggere la situazione, “le società dovrebbero collaborare con le agenzie di rating per stabilire standard per le informative aperti e trasparenti e garantire che i dati siano accessibili al pubblico”.

Il meccanismo del “voice and exit”
Poi si passa al problema dei disinvestimenti. Giustamente, per motivi etici, molti non vogliono detenere attivi “sporchi” come le società che operano nel settore dei combustibili fossili o edifici ad alta intensità di carbonio. Tuttavia, anche questa decisione morale apparentemente netta non è semplice da prendere. Innanzitutto, presuppone che sia possibile risolvere un problema di domanda semplicemente tagliando l’offerta. Mi domando quante delle stesse persone che rifuggono l’idea di detenere una società del settore dei combustibili fossili, o le cosiddette “attività marroni”, abbiano anche cercato di eliminare la propria domanda di prodotti inquinanti.
Comprendo il potere della segnalazione, ma c’è anche la questione del meccanismo di “voice and exit”, ossia farsi sentire o uscire, come ha evidenziato l’economista Albert Hirschman. Disinvestire equivale a perdere la propria capacità di farsi sentire. Mantenere l’investimento in una società e continuare a palesare la minaccia credibile del disinvestimento mentre si fa sentire la propria voce sulle delibere chiave alle assemblee degli azionisti, probabilmente farà più effetto di un semplice abbandono. Tuttavia, occorre tenersi pronti a lasciare il campo se le proprie richieste e aspettative di cambiamento non vengono soddisfatte, occorre riconoscere quando un programma di engagement non ha avuto esito positivo. In caso contrario, la minaccia sarà vana.
Inoltre, è proprio vero che tutti i titoli energetici sono nefasti? È forse possibile che alcuni di essi possano essere trasformati in importanti protagonisti della rivoluzione energetica verde? Naturalmente questa linea di pensiero presenta delle sfide, come il pensiero e le operazioni a compartimenti stagni, la burocrazia, le competenze settoriali specifiche, le strutture di joint-venture e la pressione per il pagamento dei dividendi (che consentono di conseguire un reddito, tra l’altro, a investitori e pensionati). Tuttavia, è interessante notare che, almeno negli Stati Uniti, le società energetiche sono importanti innovatori, che generano brevetti verdi in numero e di qualità significativamente a quelli di altri settori(5).

Rifiuti rinnovabili
Un modo presumibilmente più efficace di ripulirsi la coscienza consiste semplicemente nell’investire in tecnologie pulite ed energie rinnovabili. O no?
Le batterie elettriche dipendono dall’estrazione di cobalto, litio e nichel, tra gli altri materiali delle terre rare. Non mancano le problematiche legate alle filiere e ai diritti umani e la Cina controlla ingenti quantità di queste filiere di approvvigionamento minerario cruciali. Inoltre, l’estrazione del litio in Cile ha provocato battaglie legali sulle risorse idriche di Atacama e il 70% del cobalto viene estratto nella Repubblica Democratica del Congo, un paese con un track record estremamente negativo in termini di corruzione e norme in materia di lavoro(6).
A fronte di una domanda per questi minerali destinata a registrare un’impennata, è improbabile che questi problemi svaniscano nel nulla. Esiste anche il problema dei rifiuti che, in quanto settore relativamente emergente, deve ancora essere affrontato dal settore delle energie rinnovabili. Le turbine eoliche, i pannelli solari e le batterie elettriche devono essere smaltite o in qualche modo riciclate, considerando che le ultime due contengono metalli particolarmente tossici come piombo e cadmio. Nel caso delle prime, a quanto pare gli Stati Uniti dovranno smaltire più di 720.000 tonnellate di pale per turbine eoliche nei prossimi 20 anni(7).
Non ci libereremo del problema finché ricavare questi elementi dagli scarti del settore dei rinnovabili non sarà meno costoso dello smaltimento in discarica e dell’estrazione di materie prime grezze dal suolo. Pur confidando sul fatto che l’economia circolare sarà mobilitata per affrontare tali questioni, l’attuale situazione dimostra ancora una volta la necessità di un pensiero articolato.

Una transizione “giusta”
Si arriva quindi al concetto di transizione “giusta”. Se da un lato la speranza è che molti paesi in via di sviluppo possano semplicemente “scavalcare” le forme di energia più sporche man mano che le loro economie e società si sviluppano, dall’altro è giusto che i paesi sviluppati elargiscano le loro prediche a quelli in via di sviluppo riguardo ai pericoli morali e scientifici derivanti dal ricorso all’espansione economica basata sui combustibili fossili? L’ipocrisia è chiara: abbiamo già superato quella fase, estratto i (gran parte dei) progressi (e le risorse) necessari, solo per ricevere finalmente l’illuminazione e voltare pagina... sotto una luce più verde.
Per questo motivo abbiamo recentemente contribuito a finanziare una raffineria di petrolio in Costa d'Avorio. È anche per questo motivo che riconosciamo che alcuni paesi hanno problemi sociali più profondi e che per un certo periodo di tempo dovranno fare affidamento sui “ponti energetici marroni”. Solo quando si ha la pancia piena, un tetto sopra la testa e una sensazione di sicurezza si può iniziare a prendere in considerazione le più generali questioni sociali e ambientali.
In realtà, l’ESG non può essere ridotto a semplici dissertazioni binarie. Comprende una così vasta gamma di significati e attività che cercare di farlo sarebbe sconsiderato.

Stewardship macroeconomica
Per quanti tra di voi si stanno ancora chiedendo quali parti della critica di Tariq Fancy siano vere, si tratta del suo invito a un maggiore intervento politico e di governo. In termini di investimento, ciò equivale a quella che chiamiamo “stewardship macroeconomica”, che è un altro modo di dire “riforma del mercato”. Ma agganciandolo al linguaggio della stewardship, il nostro desiderio è quello di legarlo più strettamente ai principi fondamentali degli investimenti ESG.
Le minacce, o per meglio dire i fallimenti del mercato, come le disuguaglianze, il cambiamento climatico e il degrado ambientale non possono trovare soluzione con le sole spintarelle sul fronte microeconomico. E sebbene la piena integrazione e l’engagement ESG vadano oltre, sono comunque insufficienti. In quanto amministratori del patrimonio di altre persone e dato il crescente numero di impegni rispetto allo zero netto, abbiamo il dovere fiduciario di fare di più: utilizzare le nostre conoscenze, la nostra influenza e la voce dei nostri clienti per promuovere il cambiamento a livello di sistemi.
Muoversi attraverso questo campo minato etico nell’elaborazione di semplici accertamenti per i clienti, come stabilito nella direttiva MiFID, è un inizio. A essere apprezzate sono anche le definizioni delle normative giuridiche e settoriali, unitamente agli sforzi normativi come le tassonomie verde e sociale dell’UE e il Regolamento relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (Sustainable Finance Disclosure Regulation, SFDR). Tuttavia, man mano che cresce il livello di comfort e di articolazione, sarà necessario fornire un contributo maggiore per intercettare veramente le preferenze dei clienti.
Il linguaggio può essere fastidiosamente malleabile. Armonizzare del tutto le espressioni nelle menti degli investitori è auspicabile, ma semplicemente impossibile. E se da un lato dobbiamo continuare a definire meglio lo scenario ESG, dall’altro ciò significa che la fede e la fiducia nei marchi d’investimento saranno fondamentali per occuparsi dell’ESG in tutta la sua articolata gloria.
La verità è che è estremamente difficile confezionare perfettamente la morale e poi venderla in modo coerente e trasparente. Tariq Fancy, dovrebbe saperlo più di chiunque altro.

a cura di Mark Versey, Chief Executive Officer di Aviva Investors

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Bibliografia
1.    Tariq Fancy è stato Chief Investment Officer per gli investimenti sostenibili di BlackRock. È fondatore e CEO di The Rumie Initiative, un’organizzazione senza scopo di lucro che opera nel campo dell’istruzione per i bambini nelle comunità scarsamente servite. Recentemente ha attirato l’attenzione dei media a seguito delle sue critiche sul settore ESG
2.    “ESG investment favours tax-avoiding tech companies”, Financial Times, 21 febbraio 2021
3.    “A just transition is undermined by a disconnect between human rights and climate issues (2020)”, World Benchmarking Alliance, 2020
4.    Florian Berg, et al., “Aggregate confusion: The divergence of ESG ratings”, MIT Management Sloan School, 15 agosto 2019
5.    Lauren Cohen, et al., “The ESG-innovation disconnect: Evidence from green patenting”, European Corporate Governance Institute – Finance Working Paper No. 744/2021, 30 marzo 2021
6.    “Missing ingredients: The bottlenecks which could constrain emission cuts”, The Economist, 12 giugno 2021
7.    Christina Stella, “Unfurling the waste problem caused by wind energy”, NPR, 10 settembre 2019

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